Ugo il pagliaccio

Ugo lavorava al circo da quando aveva quindici anni. Adesso ne compieva cinquanta. In arte si faceva chiamare Rodolfo. In precedenza, per qualche mese subito dopo la fine della scuola primaria, aveva lavorato col padre che gestiva un chiosco di gelati, al parco. La vocazione per fare il pagliaccio gli venne proprio fra un gelato e l’altro servito in mezzo al verde, davanti alla fontanella con le anatre. Come gelataio era simpaticamente un inetto e notò – non ne poté fare a meno – che la gente si piegava in due dalle risate vedendo quelle palle di mille colori crollargli puntualmente sulla camicia, e colare come un pianto allegro e disperato insieme. “Sei meglio di un pagliaccio al circo”, disse qualcuno. Ugo lo prese in parola.
Così iniziò la sua carriera come Rodolfo. Il nome lo scelse in omaggio a un vecchio divo del cinema in bianco e nero, Rodolfo Valentino. La ragione è questa: il clou del suo repertorio era una gag con la donna mangiatrice di fuoco, in cui cercava di sedurla dicendole di usare un profumo che poteva renderlo affascinante come Rodolfo Valentino. La scenetta si concludeva, ogni volta, con il clown che si spruzzava uno spray al gorgonzola e la donna gongolante. 
Ma c’era un numero che a Ugo stava particolarmente a cuore, perché gli ricordava il suo passato mai dimenticato di gelataio pasticcione. Questo numero consisteva nel presentarsi sulla pista tenendosi in equilibrio con le mani su due maxi-palle di gelato appositamente indurite in un super-congelatore. Una era di colore verde più chiaro, ed era al pistacchio. L’altra era di un verde più cupo, alla menta. Naturalmente Ugo non doveva imitarsi a rimanere diritto con le gambe per aria, doveva anche muoversi facendo rotolare le due palle. La sua abilità consisteva proprio nel fare più giri di pista possibili a quel modo, fino a quando le due palle di ghiaccio non si fossero ammorbidite al punto tale da fargli sprofondare le braccia entro la loro poltiglia. A quel punto, come da copione, si preparava a cadere in modo acrobatico e, liberate le braccia da quella melma attaccaticcia, si congedava dal pubblico mettendosi in testa un cono di ostia, estratto dal taschino.

   

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