Vorrei porre prima di tutto la vostra attenzione su un film. Vorrei parlarvi di Un biglietto in due, un classico moderno con Steve Martin e John Candy. Nel pieno di un regolamento di conti verbale nella stanza di un motel, Neal Page, il personaggio di Martin, esasperato dai modi genuini ma un po’ troppo invadenti del personaggio di Candy, Del Griffith, dice tra le altre cose che, quando
in futuro gli capiterà di presentare Del a qualcuno, non potrà fare a meno di
esprimersi in questo modo: “Ciao, vorrei presentarti Del, ha in serbo parecchi aneddoti divertenti per te!” La battuta non finisce qui: Neal infatti continua dicendo che offrirebbe a quella persona anche una pistola in omaggio, perché possa spararsi dopo aver sentito quegli aneddoti. Ma non è questo quello che
ci interessa. Fermiamoci, invece, alla prima parte. Alla formula di presentazione: “Lui, questa persona, ha in serbo degli aneddoti per te.” Immaginiamo di continuare il discorso, come se fosse un dialogo. “Ah, sì?”, potrebbe rispondere la persona a cui l’aneddotista è stato presentato. “Che tipo di aneddoti?”, potrebbe chiedere per avere informazioni più specifiche. “Ah, be’, sai, non quel tipo di aneddoti pseudofilosofici o di varia moralità. Si tratta di aneddoti storici,
anche se pur sempre a carattere morale.” “Ah, davvero, ma lui insegna, anche, per caso?”, potrebbe incalzare l’altra persona. “Be’, non proprio. Diciamo che è un formatore, che ha fatto del suo background di studi storici il bagaglio per intraprendere questa disciplina.” “Ma davvero? Un formatore?
Quello che si chiama anche coach?” “Sì, lui applica la storia ai principi della crescita e della motivazione personale.”
Proprio così. Lo storico che voglia darsi alla formazione personale diventa prima di tutto un aneddotista. In realtà dovrebbe lasciar perdere la narrazione storica comparata e diacronica, e lavorare soprattutto sul versante della biografia. Dovrebbe essere, in una parola, più Plutarco che Livio.
In realtà nella concezione più comune il motivatore o formatore viene accostato più che altro alla figura del filosofo, per i suoi insegnamenti che hanno spesso un contenuto spirituale o volto, comunque, alla crescita interiore. Di fronte a questa immagine, così radicata nella percezione della maggioranza del pubblico, lo storico che intenda fare il formatore in realtà non può fare niente, non
può combattere efficacemente contro questo stato di cose: deve semmai aderire, o abituarsi, all’idea che, diversamente da quello che accade nella didattica, nella formazione la storia può egregiamente accoppiarsi con la filosofia.
Ricordate quello che diceva Cicerone?
Historia magistra vitae, philosophia dux vitae. La storia è maestra di vita, per le lezioni provenienti da epoche e personaggi passati che sono accessibili a tutti. La filosofia, invece, è guida della vita, perché offre le regole e le norme morali per condurla al meglio, ogni giorno. Cicerone – lo si deve presupporre – era convinto che storia e filosofia avessero ciascuna il loro ambito distinto: difatti la storia – e su questo l’oratore romano non poteva avere dubbi – solo incidentalmente offre insegnamenti, mentre la filosofia è fatta apposta per
ammaestrare. Solo che, anche in età classica, nella letteratura storiografica, molti grandi autori di impostazione moralistica (soprattutto biografi, a dir la verità, come Plutarco di Cheronea), hanno utilizzato la storia, i suoi eventi e i suoi protagonisti come veicolo per esprimere la loro visione etica del mondo e della realtà; per propagandare, cioè, un messaggio filosofico in forma di narrazione
storica. Di qui, sulla base di questi autori, molto presto, in ambito scolastico prese corpo la visione che la storia dovesse essere una specie di ancella della filosofia, o una sua alleata subalterna. La verità è che, in abbinamento con la filosofia, la storia perde respiro e anche un po’ di spessore: anche questo può essere una ragione del fatto che, nel ciclo conclusivo delle superiori, quando
cioè, la storia (dal Medioevo all’età contemporanea) fa tutt’uno con la filosofia, il
suo apprendimento appare più pesante, ancora più nozionistico e sempre più slegato dalla realtà. Ricordate invece che differenza (di respiro e di orizzonti) c’era alle elementari e alle medie (oltre che nel ciclo iniziale delle superiori), quando la storia era tutt’uno con la geografia (oltre che con l’educazione civica)? C’erano, in un colpo solo, gli eventi e il loro scenario naturale, reale. Inoltre la geografia (e ci riferiamo a quella politica più che a quella fisica) imponeva una riflessione costante sui principi di identità e continuità: data una certa area territoriale (contrada, regione, paese-nazione o addirittura continente), l’aspetto fondamentale diventava proprio quello di non perdere di vista come essa aveva reagito, a livello etnico-linguistico, culturale, statuale o inter-statuale all’evoluzione impostagli dal flusso degli accadimenti storici.
Dunque, lo storico che voglia fare il formatore, quando parla in un’aula o a un
piccolo numero di persone deve lasciar perdere la lezione oggettiva e fattuale della storia e concentrarsi su quella degli exemplaria: come abbiamo detto, deve saper attingere più ai biografi e agli autori di memorabilia che agli storici veri e propri.
Questo non significa, naturalmente, che debba rinunciare a 360° a quella lezione della storia che è strettamente connessa al senso della realtà e al senso del presente. La verità è che nella sua attività di formatore egli ha (dovrebbe avere) due versanti ben distinti e paralleli: uno è quello della motivazione, rivolto alla formazione del pubblico o di quel determinato cliente che richieda le sue
prestazioni; l’altro, un po’ più astratto, è quello della valorizzazione volta, più che alla persona, al contesto temporale in cui l’individuo debitamente formato deve agire e affermarsi.

(estratto da Lo storico come coach della formazione)
https://www.delosstore.it/ebook/51408/lo-storico-come-coach-della-formazione/








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