Terminata la lettura del Viaggio in Calabria rimane difficile stabilire quanto all’autore de I tre moschettieri la Calabria sia piaciuta davvero. Bisogna premettere una cosa: fu una tappa indesiderata, dal momento che, completata la visita della Sicilia, Dumas sarebbe volentieri risalito fino a Napoli via mare. Ma la sorte volle che una tempesta mettesse fuori gioco la sua nave (una speronara) e dunque fu praticamente costretto ad arrivare a Napoli via terra attraversando la regione.  Al netto delle bellezze naturali e paesaggistiche, che mostra a più riprese di apprezzare senza alcun dubbio, l’impressione è che la Calabria si sia rivelata allo scrittore francese con un volto piuttosto gotico: potrebbe essergli sembrata il luogo perfetto in cui trovare spunti per storie di lugubri assassini e di patti faustiani. La cartolina, poi, che della sua esperienza in Calabria Dumas si porta con sé non poteva essere la più devastante: il terremoto, di cui è costretto a vedere (quasi) tutte le declinazioni tragiche nella vita delle comunità. E, da buona capitale della Calabria Citeriore, Cosenza nel racconto di Dumas è anche la “capitale” del terremoto. Certo: Dumas, da quel bon vivant florido, elegante e irresistibile che era (qualcuno si ricorda l’interpretazione che Memè Perlini fece di lui nel Generale di Luigi Magni? Se la vada a rivedere per amare quest’uomo), appassionato dell’arte e della cultura, anche quella popolare, ce la mette tutta pour trouver de l’enthousiasme même là où il n’y a que désespoir et pauvreté (e quanto gli costa, probabilmente, ammettere che per un lungo tratto di strada, non si trovano centri abitati con monumenti significativi), ma la Cosenza che gli si aprì davanti agli occhi non era (non poteva essere) la stessa che provocò lampi di esaltazione a Giacomo Casanova.

<<Cosenza è una città dove un uomo dabbene può divertirsi: ci

sono nobili ricchi, belle donne e persone molto istruite che sono 

state educate a Napoli o a Roma.>>

Bisogna dire però che Casanova a Cosenza venne ospitato dall’arcivescovo in persona: e bella forza, potrebbe dire qualcuno allora. Se fosse entrato nelle case dei cittadini più umili forse avrebbe avuto una percezione diversa. La stessa che più o meno aveva avuto di Martirano Lombardo, il paese da cui era appena fuggito a gambe levate. E poi, egli capitò a Cosenza in un periodo in cui il capoluogo bruzio godeva di un lungo periodo di pax sismica: all’epoca, infatti, l’ultimo terremoto che aveva danneggiato la città risaliva al 1638, ed essa avrebbe continuato a non aver problemi almeno fino al 1767. Dumas, al contrario (siamo nel 1835), pur potendo contare sull’ospitalità del barone Mollo (che, fatte le debite proporzioni, sembra l’Antonio Neiwiller sindaco di Stromboli in Caro diario, zelante come si mostra nel garantire ai suoi ospiti  la migliore sistemazione pur in mezzo a un mare di difficoltà), per una sua peculiare curiosità etnologica (parte di quell’ enthousiasme che, come dicevamo, da voyageur di lunga data e per tutte le stagioni, lo sostiene per l’intiera durata del viaggio) non disdegna il contatto diretto con la gente comune. Toccante il racconto in cui, sul tardi, si ritrova con gli abitanti del quartiere in cui sorgeva il suo albergo, il Riposo di Alarico, per fare notte all’aperto insieme a loro e aspettare che l’ormai abituale sciame sismico delle ore antelucane si esaurisse. E come non ammirarne il vivo interesse nel partecipare alla messa straordinaria celebrata dai frati cappuccini per placare l’ira di Dio e allontanare da Cosenza il flagello tellurico? Dumas scrive proprio che gli premette prepararsi al più presto, per non rischiare di arrivare tardi.

Eppure anche Dumas nel corso del suo viaggio ebbe un “momento Martirano”, per così dire. Poco prima di giungere a Cosenza, infatti, nel paese di Maida (basterebbe scambiare di posto la i e la d per avere il nome di un deserto arabico, ma in effetti la stessa Maida sembra avere uno sviluppo legato agli Arabi) la conoscenza della signora Bertassi, inqualificabile locandiera che condiva l’insalata con l’olio delle lampade, è sufficiente a motivarlo a lasciare al più presto il borgo e a rinunciare anche anzitempo all’ospitalità della stessa Bertassi. Sulla quale, forse, si potrebbe scrivere un romanzo nel romanzo (sembra un personaggio pasoliniano): dire che, agli occhi dell’autore, fosse un’albergatrice del tutto improvvisata probabilmente è il minimo. In realtà sembra che Dumas voglia lasciarci lo spazio per sviluppare qualche considerazione aggiuntiva del tutto arbitraria, parlandoci di due aspetti particolari: la promiscuità imperante nell’ambiente domestico della donna, che era anche luogo di lavoro (animali e persone che dormivano insieme, peggio che in una stalla), e l’estrema accessibilità della sua casa a persone molto diverse. È vero: si trattava pur sempre anche di un bar, ma probabilmente era un ulteriore pretesto per giustificare (o coprire) un continuo viavai di amiche e amici, tra cui quel carabiniere che, ufficialmente, si trovava lì per fare domande al francese (che viaggiava con un nome falso, in quanto persona non gradita al governo borbonico) e al suo compagno di viaggio, Jadin. Anche Maida – ça va sans dire– era stata duramente colpita dal sisma e, nella depressione generale, chi poteva rialzarsi puntava magari a sfruttare al meglio che gli fosse consentito le possibilità “collaterali” offertegli dalla propria attività.

Bertassi a parte, comunque, in generale Dumas ha uno sguardo benevolo su quella povera umanità calabra che cerca di darsi da fare per rimettersi dal sisma. Torniamo a Cosenza: appena entrato in città lo scrittore (il cui cuore è funestato dalla notizia, appena appresa, della morte dell’amico Vincenzo Bellini; à chacun son compositeur préféré, Stendhal per esempio stravedeva per Rossini) quasi si intenerisce vedendo frotte di abitanti che, approfittando del Busento in secca, si impegnano nella ricerca del mitico tesoro di Alarico. Mi sembra molto interessante la notazione che egli fa proprio a proposito di tale impresa archeologica: Dumas scrive che, dacché si è iniziata la ricerca del tesoro del re visigoto, l’unico risultato raggiunto è stato il ritrovamento di un cervo d’oro, alla fine del ‘700 (probabilmente ai tempi della primissima campagna di scavo, indetta dal governatore Capecelatro). Ma poteva anche trattarsi di un manufatto brettio-italiota, chi può saperlo con certezza.

Solo per Gioacchino Murat Dumas fa un’eccezione ed eleva il suo sguardo dalla gente comune ai grandi protagonisti della storia. Il capitolo su Pizzo è in realtà il racconto dell’epilogo tragico ed eroico dell’avventura del generale napoleonico già re di Napoli. Uno dei migliori generali napoleonici, incrocio tra Tito Labieno e Marco Antonio. Nelle mani del padre di D’Artagnan la vicenda si trasforma nella leggenda del condottiero spavaldo che voleva morire ben vestito, e ben profumato.

Per concludere questo mio viaggio nel Viaggio in Calabria riprendo l’analogia tra il diario dumasiano e quello morettiano.  A ben guardare Dumas e l’amico Jadin assomigliano un po’ al Moretti e al Carpentieri dell’episodio “Isole”:    da una parte uno scrittore e un pittore, dall’altra un regista-sceneggiatore e un sociologo. In entrambi i casi due persone che cercano in viaggio la concentrazione per finire il loro lavoro. E, in entrambi i casi, ci riescono solo a strappi, travolti dai continui imprevisti, assurdi o divertenti in base alle situazioni. Alla fine Dumas, più o meno come Carpentieri-Gerardo, arrivato a San Lucido per reimbarcarsi, andando incontro alla sua speronara non può fare a meno di gridare dentro di sé: “Pulizia… Comfort… Aspettatemi!”. Anche se, sotto sotto, già sta pensando a una nuova avventura.

(Fonte dell’immagine: Facebook)

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