“Siamo arrivati, eccellenza.”

Il cocchio stava per fermarsi all’ombra dei pini. “Cara, non mi sento troppo bene. Avrei bisogno di riposo.” Questo l’allarme lanciato dall’ex ministro qualche settimana prima. La moglie pensò bene di fargli cambiare aria, di farlo rifugiare nell’aria salubre e riposante di un casale lontano dagli affanni e dalle fatiche di quelle città che lo avevano visto consumarsi per vari decenni in lotte politiche, parlamentari e di governo. Anche il fegato.

Ma anche lontano dai rigori della terra di cui era originario. Quella dei Liguri Statielli. Poteva quella campagna volsca restituirgli vigore, o almeno un po’ di energia?

Era il 3 di giugno del 1873. Varcata la porta d’ingresso della magione l’ex ministro, espletate le pratiche essenziali della toeletta, mise la sua preziosa camicia da notte e si accomodò con classe a letto. Il maggiordomo gli portò amorevolmente una tisana. Ma non tornò a riprendersela. Con un cenno l’ex ministro gli aveva fatto capire che poi, non avrebbe voluto altre visite in camera. Eccetto quella della moglie. Era ancora presto, però, perché ella lo raggiungesse per la notte.

Sua moglie era imparentata col grande esiliato dell’Elba e di Sant’Elena. Per un attimo gli balenò in mente, chissà per quale ragione, che la moglie avesse potuto apprestargli una dimora simile a quella che fece da sfondo al placido e triste tramonto del Grande Parente, in mezzo all’Oceano. Si addormentò, e non la sentì adagiarsi e giacere al suo fianco.

Il 4 le condizioni dell’ex ministro peggiorarono. Bruscamente. Di farsi una tonificante passeggiata nel verde intorno alla villa, come avrebbe anelato la signora, neanche a parlarne. In cuor suo, però, lui avrebbe voluto alzarsi e camminare. Quanto distava quell’edificio immerso nella volsca verzura dal villaggio sabino dove nacque quell’imperatore che aveva detto che “bisognava morire in piedi”? Sapeva di avere a disposizione ancora poche ore.

“Che cosa diranno di me i vignettisti, cosa dirà la stampa?” Parlava alla moglie, ma come se parlasse da solo, in preda alle febbri. “Ecco cosa diranno: che ho voluto copiare il conte persino nella morte. Nella scelta della data.” Sentiva la schiena pesante. “Occorre che muoia prima. O dopo.” La moglie cercava di non sentirlo, ma non poteva lasciare la stanza.

In realtà come fosse davvero morto il conte, ancora nel pieno della sua operosità, nessuno, a distanza di dodici anni lo aveva ancora ben capito. Chi parlava di malaria – maledetta la frequentazione dell’agro caro a sant’Eusebio – chi di esaurimento curato come se fosse malaria. Quindi erano stati i medici a ucciderlo, in un certo senso, o ad accelerarne la morte.

Per l’ex ministro non c’erano molti dubbi invece: l’organo che in genere è il punto debole degli alcolisti – categoria di cui lui certo non faceva parte – lo stava tradendo. Incurabilmente. Lo aveva già tradito. Meglio i voltafaccia nell’aula dell’assemblea legislativa, magari; quale terribile connubio con i tessuti cellulari quel male stroncante stava costruendo dentro di lui, a suo danno?

Se stessi spirando per una cancrena alla gamba qualcuno potrebbe pensare a una vendetta del generale nizzardo. Lo pensò veramente? Fu con questo ragionamento che salpò verso la Camera Superna? Alle 6.00 del 5 giugno il suo volto sereno, ormai asciugato dai sudori febbrili, venato di un giallo marcescente, lasciava intendere che il suo obiettivo era stato raggiunto. Se n’era andato un giorno prima del conte, e più presto di lui. Ben quarantacinque minuti di anticipo.

Quel caricaturista il cui nome suonava come quello di un re ostrogoto era servito. Nell’Italia che era tornata ad avere Roma come capitale gli Ostrogoti non potevano davvero essere più nulla di serio.

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