Perfino la più avanzata delle più avanzate intelligenze artificiali è solo una pallida simulazione di metà della metà dell’intelligenza umana. Da cosa deriva l’indubitabile primato di quest’ultima? Per il credente non evoluzionista non ci sono molti dubbi: l’intelligenza umana viene direttamente da Dio, dal momento che, nella scala della creazione, l’uomo viene subito dopo di Lui; dunque l’intelligenza umana include anche quella divina. Il credente evoluzionista penserà invece che l’uomo è l’animale, tra tutti gli altri animali, prescelto da Dio per compiere un percorso di evoluzione fisica, sociale, spirituale e culturale in grado di renderlo superiore a ogni altro essere vivente. Per il non credente evoluzionista, al contrario, ciò che conta è l’impareggiabile capacità della scimmia-uomo di interagire con l’ambiente che lo circonda (non si limita a prendere risorse e a occupare un proprio spazio, ma lo organizza anche in modo da produrre egli stesso le risorse; inoltre ha la flessibilità per migliorare la propria condizione, a partire dal modo di alimentarsi e di muoversi). Infine, per il non credente non evoluzionista semplicemente l’uomo ha bisogni, stimoli e aspirazioni che sono più complessi di quelli di ogni altra creatura, a livello organico-fisiologico e psicologico. La natura è così e basta: più un organismo implica un funzionamento elaborato più deve assimilare, consumare ed espandersi e manifestarsi in energia.

Per quanto mi riguarda sono un credente e oscillo tra le posizioni evoluzionista e non evoluzionista. Sono sempre stato convinto che non ci sia, in effetti, alcuna differenza tra Dio e l’uomo se non per un aspetto, peraltro non di poco conto: solo Dio ha le chiavi della creazione. Solo Lui sa dove va l’universo e quale sia il significato profondo di tutto. Per quanto pensi come Dio, l’uomo non riesce mai a intuirlo del tutto (ecco la grande frustrazione): intanto, nel tentativo di riuscirci, costruisce significati per la sua realtà.

Non mi pare, poi, che la teoria darwiniana confligga davvero con la Genesi, in cui si dice che l’uomo fu fatto “a immagine e somiglianza di Dio”. Innanzitutto non si può e non si deve escludere il meccanismo dell’evoluzione delle specie dal disegno divino (che così come la deriva dei continenti non influisce sulla visione divina del mondo): in particolare, per quanto riguarda l’uomo, prendendo in considerazione il fatto che apparve per ultimo sulla Terra, si può pensare che Dio abbia scelto di perfezionare (o far perfezionare) una specie vivente già creata (in questo caso un certo tipo di scimmia) che sembrava promettesse meglio dal punto di vista delle abilità dinamico-manuali e pre-comunicative. Ha scommesso su un tipo di creatura in modo specifico, tra i tanti a cui aveva dato forma e vita: questo è il primo regalo che Dio potrebbe aver fatto all’umanità. Il secondo è la possibilità di migliorarsi e crescere gradualmente, in autonomia. Con un aiuto fondamentale: gli ha infuso la capacità di pensare come Lui; gli ha dato, cioè, quella che Telesio chiamerebbe la mens superaddita. In aggiunta all’afflato divino, che è poi la vita stessa ed è quello che è presente in tutte le creature.

Ci rendiamo, conto naturalmente, di forzare un po’ la teoria di Telesio. Il filosofo bruzio diceva che la mens superaddita è fornita a ogni uomo da Dio al momento della nascita; nel nostro ragionamento invece sosteniamo che la mens superaddita fu data a Dio all’uomo una volta per tutte al momento in cui scelse la specie da cui proveniva perché manifestasse al meglio il Suo potere nel mondo creato.

Dio, quindi, ha creato l’uomo, ne ha scorto la potenziale eccellenza, e lo ha scelto. C’è un’alleanza forte tra Dio e l’uomo sin dalla notte dei tempi: storicamente gli ebrei hanno sempre rivendicato l’esclusività di questa alleanza ma in realtà –lo si evince da quanto detto finora – l’intera umanità è in alleanza con Dio, perché l’intera umanità Lo rappresenta. Fu questa la rivelazione sconvolgente – traumatizzante – che attirò a Gesù (Dio stesso fattosi uomo, per i credenti) l’odio del suo popolo.

Sin dalla notte dei tempi Dio si fida profondamente dell’uomo, e – si potrebbe dire – stravede per lui. L’uomo ricambia questa fiducia con la fede. La religione, in realtà, è solo uno dei tanti modi possibili per esercitare la fede, per organizzarla. Certo è uno dei più identificanti all’interno del consorzio umano. Ma, per quanto, grazie alla religione, si possa acquisire un sentimento di appartenenza nella fede, credere richiede sempre uno sforzo intimo. Senza un bisogno profondo di comunicare con Dio (che comunque, come abbiamo detto, è insito nell’uomo, nella sua natura divina) non esiste veramente fede.

La comunicazione tra Dio e l’uomo avviene sempre nella coscienza. Questo è anche il passaggio preliminare alla confessione religiosa. Che cos’è la coscienza? Uno spazio interiore libero, incontaminato, terso – speculum Paradisi – in cui l’individuo può raccogliersi segretamente per contemplare l’immensità del mondo che lo circonda e la vastità del suo stesso io. E per ritrovare i motivi di gratitudine nei confronti del Creatore: primo tra essi l’atteggiamento costruttivo-propositivo e non distruttivo che Dio ha nei confronti del tutto. Se anche dovesse sopravvenire una catastrofe terminale per il mondo (che non è volontà diretta di Dio ma è pura manifestazione della materia, a cui Dio dà libero corso non essendo un agente intromissivo ma un garante dei processi di compimento e dei flussi di trasformazione) Dio assicurerebbe il riavvio di ogni cosa. Altra ragione per cui essere grati al Grande Artefice è il sistema provvidenziale (provvidenziale: previdenziale è quello degli uomini). Una garanzia di equilibrio cosmico, e di riequilibrio. E questo equilibrio è fondato sulla regola per cui l’impatto della creatura non potrà mai essere superiore a quello del creatore. Per quanto la sua incidenza  possa essere devastante sul creato – per quanto possa impegnarsi a rovinare il mondo – l’uomo non produrrà mai effetti definitivi come quelli che invece  produrrebbe Dio, se soltanto decidesse di porre fine a quello che ha realizzato. Ma se decidesse di distruggere, come dicevamo, non sarebbe Dio, che è costruzione e ricostruzione continua.

Nell’universo l’uomo è l’anello di congiunzione tra la volontà di Dio e il resto del creato. Diciamo “nell’universo” perché l’uomo in fondo vive in uno splendido, inesorabile e forse anche terribile isolamento: non c’è nulla e nessuno al pari di lui in tutta la realtà visibile e conoscibile. Nell’universo l’uomo se la canta e se la suona come vuole, partorendo visioni, costruendo messaggi e intessendo narrazioni che, alla fine, sono per forza di cose autoreferenziali.  Esisteranno pure gli alieni (questo non si può escludere) ma di certo non sono come se li immagina lui. Saranno microbi, saranno batteri, saranno virus (ecco: forse il virus, come si diceva anche in Matrix, è quanto di più vicino a un’idea effettiva di alieno), ma il nemico antropomorfo (o tutt’al più zoomorfo) è l’incubo a cui dà forma la fantasia umana. Se proprio vuole un nemico, l’uomo lo cerchi in mezzi ai suoi simili: in fondo è sempre stato così.

La verità è  che non c’è niente che abbia un significato nella realtà al di fuori dell’uomo, se non fosse lui a darglielo. Si tratta di una constatazione desolante, ma sostanzialmente vera: il non credente, però, si fermerebbe qui. Il credente sa invece che l’uomo ha il compito di replicare nel mondo fisico il pensiero che Dio ha per l’universo esteso, che comprende tutte le latitudini e longitudini spaziali e temporali. Pur non sapendo, a differenza del suo Creatore, quali saranno i destini ultimi del creato, l’uomo deve edificare, fondare, dar vita alle cose come se avesse egli stesso la responsabilità di aver fatto il mondo, e vedesse chiaramente il suo futuro di grandezza. Pensare a Dio è pensare alla grandezza del mondo, e viceversa; così come il pensiero di Dio è la grandezza dell’uomo. Perché solo l’uomo, nell’universo, pensa Dio e pensa a Dio.

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