Il Vangelo come testo motivazionale

Il primissimo abbozzo dell’introduzione del saggio “Crescere con le parabole del Vangelo” (https://delos.digital/9788825418903/crescere-con-le-parabole-del-vangelo)

“I Vangeli sinottici sono detti così perché offrono una visione convergente dei fatti della vita di Gesù: essi tendono a non soffermarsi su aneddotica di tipo  personale (come invece fanno molti apocrifi), preferendo, al contrario, privilegiare l’azione sociale e miracolosa svolta dal Messia e la sua attività di predicatore. In fondo vangelo significa “annunzio”, quindi non c’è nulla di strano che esso tenda a porre in evidenza il messaggio del Nazzareno rispetto alla sua stessa vita.
Chiaramente, dovendo scegliere i testi fondativi della dottrina cristologica, la Chiesa preferì privilegiare quelli che potessero dare un ritratto il più unitario possibile dell’esperienza terrena di Cristo. Il motivo è facilmente spiegabile: alle origini la Chiesa aveva più nemici che amici, a livello politico, ideologico e dottrinario; quindi le era assolutamente necessario poggiarsi sul maggior numero di manoscritti coerenti con una determinata narrazione dell’operato di Gesù. La coerenza dell’immagine del Messia era, in buona sostanza, la coerenza dell’insegnamento della Chiesa, cioè proprio il fattore che le avrebbe permesso di coagulare intorno a sé una comunità di fedeli sempre più massiccia. In fondo il principio cardine del cristianesimo è questo: credere che Gesù sia Dio fatto uomo per una missione storica di salvezza del genere umano. Quindi ciò che davvero contava per la Chiesa  era scegliere, tra tutte le testimonianze più o meno coeve a Cristo relative alla sua vita, quelle in cui le finalità della sua missione fossero dichiarate nel modo più netto, inequivocabile e comprensibile. Ma c’era anche la necessità che la narrazione non contenesse giudizi di parte o dichiarazioni di odio: per la Chiesa, infatti, era quanto mai importante anche dialogare sia con la comunità ebraica (i primi cristiani erano ebrei, in fondo) che con quella romana. Nella selezione – rigorosissima – che fu attuata per istituire il canone dei Vangeli, vennero risparmiati solo quattro testi, e ci furono miriadi di esclusioni eccellenti, per esempio il vangelo di san Pietro, il primo papa. La narrazione di san Pietro, intimissimo amico di Gesù, aveva la pecca di essere troppo anti-ebraica, quindi non andava bene per il progetto dottrinario ecclesiale. Per motivi simili vennero scartati anche altri testi altrettanto autorevoli. Oppure, come detto, vennero messe da parte tutte quelle testimonianze  che indulgevano troppo alla biografia e mettevano in secondo piano il messaggio. O ancora, quelle che piegavano il messaggio ad una posizione dottrinaria minoritaria. I vangeli che passarono il vaglio furono invece quelli di altri due discepoli di Gesù, Matteo e Giovanni, e di due seguaci di san Paolo, Luca e Marco. Marco in realtà fu anche stretto collaboratore di san Pietro, quindi si può dire che, in parte, il secondo vangelo sinottico  è anche del padre della Chiesa. La centralità di san Paolo in tutto il Nuovo Testamento è comunque fuori discussione: l’apostolo delle genti, vero secondo padre del cristianesimo, occupa la porzione più sostanziosa della seconda parte della Bibbia con il suo ricco corpusepistolare, di cui i Vangeli sembrano quasi un’introduzione.”

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