La trasfigurazione del monte Tabor è una sorta di vera e propria autorivelazione che realizza un panorama di figura espansa o iperfigura. Non è una trasformazione classica, nel senso che il soggetto iniziale non diventa qualcos’altro o qualcun altro, ma  è piuttosto una moltiplicazione del soggetto, o meglio ancora una sua espansione.  C’è un soggetto di partenza che non muta, e accanto a lui compaiono altre identità che includono e completano l’identità del soggetto di partenza.  Per non dire il suo significato (storico).

La trasfigurazione così come si manifesta sul monte Tabor è in realtà più simile a quello che chiamiamo “sdoppiamento”: ma si tratta di uno sdoppiamento multiplo, naturalmente, e di uno sdoppiamento che, come abbiamo detto, non è replicazione/clonazione del soggetto di partenza, ma è un’estensione del sé, anzi un’epifania del sé esteso, del sé risonante. Perché è sdoppiamento? Perché la figura di partenza non si eclissa, ma resta al centro della scena, del theatron, del miraculum.  Le figure che si palesano – o si materializzano – a fianco o attorno a essa sono sue risonanze.

Non trasformazione dunque ma epifania e isomeria. A rigor di logica, in quanto spectaculum, anche la trasformazione sarebbe un’epifania, ma non è sempre rivelatrice di una natura, anzi spesso è l’esatto contrario. Isomeria è la profonda armonia naturale fra due elementi, o fra due destini, che si corrispondono in ogni parte. Cicerone avrebbe tradotto il termine con resonantia, e in questo senso lo intendiamo. C’ è risonanza tra Mosè, Gesù ed Elia in termini di messaggio e di operato salvifico; e il destino di Mosè chiamato a diventare guida di un popolo trova eco (non può non trovarla) nella missione di Gesù come buon pastore. Ma oltre che di risonanza si può parlare, in fondo, anche di allineamento.

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