Mario Alcaro rifletteva sul fatto che la persona aspira fondamentalmente e sempre a rapporti umani, in una società che però tende a essere dominata, in misura irrimediabilmente sempre maggiore, da rapporti commerciali. Il rapporto commerciale, per la sua particolare natura, per quanto possa essere prolungato nel tempo non è mai duraturo, ma ha un’estrema flessibilità: finisce nel momento in cui chi compra smette di farlo, salvo ricominciare, praticamente da zero e senza memoria del passato, quando chi compra riprende a farlo. Com’è che diceva Seneca? “Il servo non ha amici e neppure nemici, ma solo padroni.” E che cosa si potrebbe dire di un commerciante, di un qualunque commerciante? Per quanto possa essere una bravissima persona, non ti serberà mai gratitudine eterna per un acquisto che hai fatto (e perché dovrebbe farlo?). Semplicemente aspetterà che tu faccia il prossimo acquisto, e così all’infinito.
Molti dicono: la commercializzazione dei rapporti sociali è il prezzo da pagare allo sviluppo della civiltà, al suo progresso. Dimenticano però di considerare che il commercio non è sviluppo in sé, e neppure progresso (esiste sin dall’alba della civiltà umana, e la moneta nasce dalla necessità di semplificare i suoi processi più primitivi), ma è sviluppo e progresso come conseguenza dello sviluppo e del progresso della produzione, della sua specializzazione sempre più mirata e della sua capacità sempre più avanzata di soddisfare esigenze, aspirazioni e desideri dell’individuo di una determinata epoca. La produzione, per quanto abbia un naturale sbocco sul mercato, non è legata a doppio filo al mercato: deve stare al passo coi tempi, questo è chiaro, ma nello stesso tempo deve anche essere lungimirante, anacronistica e utopistica; ideare e mettere a disposizione strumenti che possano diventare retaggio, patrimonio da condividere e da tramandare, risorsa della lunga memoria. O, in campo alimentare, proporre cibi che siano sempre più salutari o arricchiscano le possibilità di dieta della persona. Il commercio puro e semplice è invece legato alle tendenze. La produzione pensa a quello che si deve mettere in commercio, il commercio maneggia quello che c’è.
Di fronte alla commercializzazione dei rapporti sociali ci sono due exit strategy umane. Una è il pessimismo sociale: rifugiarsi nella famiglia, ivi compresa anche la cerchia degli amici più stretti, come ciò che identifica in contrapposizione alla realtà esterna, considerata come ostile e prevaricante, e quindi da prevaricare. L’altra è l’ottimismo sociale, ossiaprivilegiare l’individuo rispetto alla famiglia, che è poi quello che ci insegna la cultura cristiana. Duole dirlo, ma una visione sociale familiocentrica è la radice di quasi tutte le storture sociali: chi pensa di provenire da un gruppo, un clan, una tribù senza macchie e senza errori e di lottare contro un mondo esterno fatto di ladri, delinquenti e approfittatori, tenderà egli stesso ad approfittare degli altri o a imbrogliarli, a credere che ciò che gli si chiede non valga il suo sacrificio e quindi a procurarsi quanto gli occorre con sotterfugi, convinto di essere un dritto. Chi crede in una società di liberi individui, invece, parte dal presupposto che nessuno – fino a prova contraria – vuole il tuo male, ma tutti sono interessati a farti felice – in varia misura, ovviamente – in uno scambio virtuosamente vicendevole. Può suonare come un do ut des, ma ritengo ci sia qualcosa in più. Il do ut des è legato ai primitivi – primitivissimi – meccanismi di privazione/compensazione: io mi privo di una cosa per dartela, ma tu mi devi dare qualcos’altro per pareggiare i conti. L’ottimista sociale, invece, pensa che la società si evolva cooperando per raggiungere una felicità collettiva: non voglio dire che la felicità di tutti sia anche la tua, ma nella felicità di cui tutti godono c’è anche la tua, personale. Abbiamo detto prima che a monte del commercio c’è sempre una produzione che ha l’obiettivo incessante di arricchire le persone, di dotarle di maggiori comodità, di semplificare la loro vita, di aumentare le loro opportunità. Non è che il commerciante sia estraneo ai benefici della produzione. Non se ne fa solo tramite per il pubblico, ne è parte integrante. In effetti chi crede che il commerciante sia lì dove sta solo per importi un prezzo da pagare semplicemente non crede nel vero commercio: non ammette, infatti, che dall’altra parte del banco c’è una persona che, proprio come lui, potrebbe desiderare e usufruire dei prodotti che vende! È un potenziale acquirente come ogni altro, il commerciante, dunque non può non essere dalla parte di chi compra, se è coscienzioso. Nello stesso tempo però ha anche scelto di essere l’anello più esterno del mondo della produzione: ha la responsabilità di diffondere e far circolare al massimo la produzione, senza diminuirne la qualità sul mercato. C’è sempre una profonda sintonia tra il vero commercio (e quindi il vero commerciante) e la produzione, meglio con la qualità di essa. Ecco un altro problema: per tantissimi un prezzo da pagare per una merce non ha niente di diverso da un tributo da versare. Tuttavia, anche se è vero che le tasse contribuiscono anch’esse al benessere comune (si traducono poi in maggiori e migliori servizi da parte di uno Stato o di un’azienda), c’è differenza: nelle tasse (e naturalmente in questa categoria escludiamo quelle che vanno a colpire proprio il prezzo delle merci) si paga sostanzialmente il consumo di un servizio: nel prezzo di una merce (al netto delle tasse, scilicet) il valore della sua produzione: quanto è stato progettato (o coltivato) bene, quanto può esserti utile per le tue necessità o i tuoi scopi, quanto può renderti migliore/più bello/più energico/più motivato, quanto lusinga il tuo gusto e lo gratifica. Il prezzo non è che un richiamo al valore della produzione, di cui il commerciante si fa ambasciatore. Spesso si banalizza un po’ dicendo che si paga il lavoro altrui: può essere vero, ma un commerciante che conosca il suo mestiere in effetti evita di dirlo. Il fatto che qualcuno abbia lavorato per te, in modo da assicurarti il prodotto che vuoi comprare, per quanto possa essere lodevole in fondo non ti motiva a pagare. L’immagine più persuasiva per un acquirente (o aspirante tale) resta sempre quella del biglietto d’accesso: accesso alla tua felicità, alla tua soddisfazione, alla tua salute, al tuo divertimento. L’ottimista sociale si approccia sempre all’acquisto come se comprasse un biglietto per un’esperienza piacevole. In una parola, è come se andasse sempre al cinema o a teatro o a una partita o a un concerto, o a fare un viaggio. Nel commerciante non vede nient’altro che colui che aspetta di consegnargli le chiavi di un meraviglioso mezzo, con cui provare una nuova strada per giungere lì dove si sente bene.
Detto questo, non tutto è commercializzabile. I rapporti commerciali semplicemente non sono rapporti, sono transazioni. E poi c’è la prostituzione, certo: un’arte antichissima che avrebbe proprio questa pretesa, trasformare i rapporti commerciali in rapporti personali. Che cosa distingue una escort da un’aspirante tale? Mi verrebbe da dire che le prime non si fanno scrupoli (o è meglio dire imbarazzi?) a usare la parola “clienti”, le seconde invece si preoccupano di non utilizzarla (troppo).
Ah, il cliente! Ci sarebbe un mondo di cose da dire su come il significato di questo termine col tempo si sia sminuito, per non dire svilito! Facciamo un piccolo riepilogo, partendo dal cittadino. Il cittadino si definisce utente dal punto di vista dei servizi di cui usufruisce; contribuente dal punto di vista delle tasse che paga; consumatore da quello dei consumi che servono a far girare l’economia (ma comunque consumatore e utente sono sinonimi); ma è cliente perché… paga? In un negozio? Una transazione?
All’origine – mi sembra abbastanza notorio – la parola cliente indicava una persona che aveva legami di riconoscenza speciali con un’altra persona che gli garantiva protezione. Ormai, però, “cliente” indica un qualunque utente che paga un servizio. Persino un paziente, in quanto pagante, diventa cliente di un medico, ma resta sempre una differenza tra “cliente” e “paziente”. Un punto di congiunzione, in realtà l’unico, con l’accezione originaria del termine è l’aspetto della fidelizzazione. Un cliente è quindi, in definitiva, chi preferisce pagare i servizi di un determinato professionista o comprare in un determinato negozio piuttosto che rivolgersi altrove: un compratore fedele, in due parole.
E passiamo alle escort. Se volessimo andare sul sottile, potremmo dire che non si definiscono come prostitute, ma se vendono prestazioni sessuali, esattamente come fanno le prostitute, lo sono. Anche solo in quanto escort, però, vendono comunque qualcosa: e cioè il loro tempo e la loro presenza per appuntamenti galanti, viaggi etc. Sia le escort sia le prostitute hanno però lo stesso imbarazzante problema: commercializzare i rapporti intimi. Approfittare del (quasi naturale) coinvolgimento erotico-relazionale per guadagnare denaro.
In quanto pagante una prestazione anche un frequentatore di prostitute è un cliente. Ma si può utilizzare una terminologia così freddamente commerciale per un soggetto che comunque è coinvolto in una situazione di tipo amatorio (o in una sua simulazione, se si preferisce)? Non sarebbe meglio ripristinare una etichettatura di sapore settecentesco e chiamarlo “avventuriero”, così come la escort non disdegna, talvolta, di essere definita “cortigiana”?
Posso capire, in fondo, che la escort non si senta una volgare meretrice ed equipari il suo lavoro a quello di un’operatrice professionale del benessere del corpo maschile, ma certo non è né una dermatologa né un’androloga. Presso la dermatologa – e anche presso l’androloga – non c’è un coinvolgimento corporeo così come c’è, invece, con la escort che offre servizi sessuali. Ma se anche – lo si può ammettere – dal proprio punto di vista la escort che è talmente perfezionata nella sua arte si senta di agire come una dottoressa, quindi senza trasporto, non si può escludere che dal punto di vista dell’amante-pagante un certo grado di dipendenza ci sia. E la escort, in realtà, per quanto “asettica” possa (o voglia) essere, punta proprio sulla dipendenza per far sì che l’uomo che è già giaciuto con lei possa ancora giacere con lei. E non c’è nulla di sconvolgente in questo: da che mondo è mondo ogni escort ha sempre coltivato un “giardino segreto” di amanti che la pagano per ricevere piacere. Ma sono amanti che pagano appunto, non propriamente clienti. L’obiezione che la escort potrebbe fare, a questo punto, è che la dipendenza serve proprio a fidelizzare l’amante pagatore, e quindi a farlo diventare a tutti gli effetti un cliente.
Non farebbe una grinza, in effetti, se non fosse che è sbagliato il principio. In un’attività commerciale normale una fidelizzazione la si immagina (o la si auspica) sempre su larga scala, senza limiti. Quello che molte escort dichiarano, di scegliere un numero limitato di persone, “preferendo la qualità alla quantità”, sembra invece andare contro le basi stese della costruzione di una clientela, che dev’essere per definizione larga. Se un negozio ha pochi clienti non è perché l negozio ha scelto di avene pochi; allora le escort dovrebbero giocare a carte scoperte e dire che, se vogliono clienti, o se tendono a trattari gli amanti come clienti, di certo non disdegnerebbero una grandissima quantità di frequentatori.
Fonte immagine: Udicon








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