Un estratto dal saggio “Dal mito alla storia” che esce oggi per Delos Digital:
————————————————————————————————–
Spesso si dice che i giornalisti sono gli eredi degli storici. Questo può essere vero, ma solo parzialmente: la definizione di cosa sia storia, infatti, oscilla da sempre tra due corni concettuali, quello della storia come “inchiesta” e quello della storia come “narrazione”. Se è vero che la storia è un racconto di fatti veri, certificati, documentati, che però, in fondo, non ha lo scopo di “provare” alcunché (come dice Quintiliano), allora l’inchiesta che porta a verificare scientificamente le fonti e a citarle, a interpellare meticolosamente i testimoni, a snocciolare i dati con acribia matematica non è storia ma è semmai una sua branca di perfezionamento. Non è più storia, è qualcos’altro: è un modo di operare sui fatti che mutua dai metodi polizieschi e giudiziari. Invece l’inchiesta storica si limita semplicemente (semplicemente per modo di dire) ad andare col racconto a ritroso nel tempo per ritrovare l’origine dei fatti, e dunque le cause che ne hanno determinato lo sviluppo. Dal momento che allo storico, classicamente inteso, interessa esaminare un evento che ha ancora interesse nel presente, proprio il passato sarà la sua inchiesta. Ne consegue che la storia è il racconto di fatti documentati o documentabili (e si sottintende che la documentazione dello storico è implicita alla sua narrazione), l’informazione invece è un modo di investigare i fatti per provare le cose di cui si parla.
Anche l’affermarsi della storia come scienza ha portato con sé il bisogno di verificare le fonti con un confronto critico, e in realtà ha fatto di questo il compito principale della ricerca storica. Eppure scrivere un saggio storico da parte di un critico delle fonti non è storia: se non c’è almeno un minimo di narrazione, non può esserlo. In fondo la storia è il culmine di una cultura narrativa intrinseca nell’uomo, che inizia chiaramente con i fatti di fantasia: il mito precede la storia, ma è proprio nel mito che gli uomini sviluppano quei meccanismi di costruzione degli scenari e di evoluzione delle cose e dei personaggi che poi verranno applicati anche al racconto dei fatti veri. Se dunque la storia è il mito applicato al narrare gli eventi prodotti dall’uomo (e non è neppure, per forza, razionalizzazione, ma solo passaggio o cambio di materia), sarà concesso allora allo storico sospendere gli eventi in una dimensione di vaghezza e indeterminatezza temporale tale da rendere quei fatti universali, fermo restando che egli deve avere e offrire tutti gli elementi per poterli inquadrare cronologicamente. Se la storia deriva dal mito il romanzo, approfondimento introspettivo della narrazione a partire dal ‘700, deriva a sua volta dalla storia.
————————————————————————————————










Lascia un commento