Fonte: Today

Penso che la fiction storico-biografica italiana debba uscire – urgentemente – dal “figurinismo”, una brutta abitudine che anche il cinema, con il Berlinguer di Segre, sembra aver contratto.

Figurinismo significa che la narrazione della vita di una grande figura storica procede didascalicamente ricapitolando (e quindi magari sintetizzando e semplificando) gli eventi di cui è stato artefice-protagonista. Questo tipo di narrazione ha qualcosa in comune con quella propagandistica, per la precisione una parola chiave: predestinazione.

Il fatto che anche il Napoleone di Ridley Scott sia in fondo un album di figurine non è un buon motivo per legittimare l’affermazione di questo tipo di narrazione. Avere la pretesa di raccontare più di un periodo della vita di un grande (se non addirittura l’intero arco della sua esistenza) porta inevitabilmente a confezionare un album di figurine di res gestae; ecco perché nella storiografia la ricetta più raccomandata resta quella di scegliere un solo periodo storico di una certa ampiezza e svilupparlo monograficamente. In effetti la volontà di focalizzarsi da parte di Segre c’è: il suo intento è ricostruire la stagione del Compromesso Storico, ma lo fa non approfondendo una particolare fase di trattative o di dibattiti ma attraversando a volo d’uccello gli anni che vanno dalla genesi del grande progetto fino al suo tragico naufragio coinciso col rapimento e l’uccisione di Moro.

Tuttavia non è questo l’unico problema che si ha con Berlinguer. Ci sono delle criticità non solo nel tipo di narrazione ma anche nel merito storico. Innanzitutto la santificazione di Berlinguer: in nome di che cosa? Dell’essersi fortemente impegnato nel propugnare un socialismo dal volto democratico, aperto alla società moderna? Ma non era la stessa cosa che faceva quasi nello stesso periodo anche Craxi, sempre a sinistra (era il leader del partito cugino del Pci, il Psi), e tra l’altro con una possibilità di incidenza anche maggiore? Berlinguer, infatti, proprio nel periodo del Compromesso Storico, rifiutò – è quello che il film racconta – la grande occasione di cavalcare il cambiamento del paese perché a un certo punto, nel momento di chiudere la trattativa, per volontà propria o pressioni interne al partito o maturate nelle piazze non si trovò più disposto a collaborare con la Dc. Alla fine sembrò prevalere in lui quella immarcescibile vocazione tutta comunista a rimanere pervicacemente all’opposizione – quasi un complexus Hannibalis (mi si perdoni la parziale forzatura latina), il non voler annientare totalmente i Romani per non rischiare di non avere più alcun avversario da combattere; nel nostro caso potremmo dire il non sacrificare l’utopia alla sua realizzazione, perché non si può fare a meno di aver un’utopia; oppure la paura di mescolarsi con l’avversario di sempre, e rinunciare alla diversità da esso. Qualche anno dopo – prima metà degli anni ’80 – Craxi e il suo Psi tornati nuovamente centrali sulla scena politica del Paese non si lasciarono sfuggire l’occasione di guidarlo, più o meno alle stesse condizioni date negli anni del Compromesso Storico.

La verità è che Craxi e Berlinguer si posero presto in competizione sulla strada del socialismo da svecchiare e da modernizzare. Il primo era certamente in vantaggio, perché aveva preso le redini di un partito antico ma quasi sempre minoritario (se si eccettua la stagione del centro-sinistra degli anni ’60), segnato da varie scissioni (tra cui quella che nel ’21 aveva partorito proprio il Pci) e costretto quindi a numerosi cambiamenti di perimetro. Però a un certo momento della sua storia capace di liberarsi dalle ingerenze esterne. Berlinguer, invece, nato e cresciuto in quel partito-pianetone che era il Pci (di dimensioni pari solo alla Dc), appartenente alla galassia sovietica, aveva il problema dell’emancipazione da Mosca. Anche in questo caso, Berlinguer provò generosamente ad aprire una strada, ma non andò oltre le parole: lo scenario che aveva solo immaginato o preconizzato avrebbe trovato infatti la sua concretizzazione solo con la caduta del muro di Berlino, nell’89, cinque anni dopo la sua scomparsa.

La cosa drammatica da notare è che la storia della sinistra italiana è stata sostanzialmente la storia di una lotta fratricida tra un partito capostipite e il suo doppione fortemente polarizzato verso l’utopia della rivoluzione bolscevica. Quando ancora il fascismo non era diventato regime ci fu un socialismo che rifiutò di seguire l’esempio della rivoluzione socialista russa (in fondo era quello stesso correntone riformista che aveva già collaborato con Giolitti al governo) e un altro che se ne innamorò e ne fece il suo programma politico. Il limite ma anche la forza di quest’ultimo socialismo fu che diventò presto una provincia del regime sovietico. La vittoria dei russi al fianco degli alleati anglo-americani nella II Guerra mondiale, al di là del contributo dato dai militanti comunisti alla Resistenza, proiettò il partito provincia di Mosca in una posizione cardinale nella vita politica del Paese repubblicano, saldamente al centro dell’opposizione democratica, con i cugini socialisti a fare da spalla o da presenza subalterna. Questo fino a quando Aldo Moro non cooptò nell’area di governo proprio il partito socialista, che dall’epoca dell’invasione sovietica dell’Ungheria (1956) scalpitava per distaccarsi una volta per sempre dai comunisti e recuperare un proprio spazio di autonomia nella proposta politica per la Repubblica. Tuttavia, se il partito socialista al governo era destinato a essere una meteora, cruciale continuava a rimanere l’importanza del partito comunista negli equilibri democratici del Paese. Nel decennio successivo poi la sua presa elettorale sembrò raggiungere picchi che non era più possibile arginare né tantomeno sottovalutare : di sicuro non lo fece Moro, convinto probabilmente che con il partito fedele a Mosca si potesse riproporre la stessa fortunata formula di governo che dieci anni prima aveva accompagnato il boom economico italiano. Stavolta andò male (fare il paragone con Giolitti che, all’inizio degli anni ’20, prova a fare con i fascisti lo stesso gioco che nei decenni precedenti aveva fatto con i socialisti probabilmente è fuori luogo).

Eppure l’orgoglioso disimpegno del Pci non significò l’estinzione totale di quella che era la sostanza della nuova intuizione di Moro: gli anni ’80, dopo la parentesi demo-repubblicana, portarono in effetti a una rinnovata versione del centro-sinistra, adesso con il Psi – auspice anche un presidente della Repubblica socialista – addirittura al timone del governo. Nel corso del decennio cambiarono anche gli equilibri di forza nell’area della sinistra italiana: ecco – finalmente! – un partito socialista trionfante, degno della sua vetustas e della sua grandezza, e un partito comunista contagiato da quella mortifera influenza che di lì a pochi anni avrebbe portato al tracollo di un mondo, la caduta del regime sovietico! Riunificazione? Mentre il Pci addirittura era costretto a cambiare nome e ad aggiornare forzatamente la sua identità e… udite udite si scindeva (!), cominciava ad affacciarsi l’idea della grande ricucitura, per chiudere la Crepa del Novecento italiano: ecco i comunisti tornare alla casa madre socialista, sotto la guida… di Craxi? Be’, questo scenario non si concretizzò mai, per la gioia dei tanti che in quelle ore avranno lanciato i maggiori anatemi all’indirizzo dello statista milanese di origine sicula.

Se doveva rimanere una sola forza in campo, nell’area della sinistra italiana, quella doveva essere il partito erede del Pci. Era questo il pensiero più urgente nella testa della maggior parte degli ex comunisti, all’indomani della caduta del Muro, della scomparsa del loro Mondo. Lasciare affogare il Psi nei suoi guai giudiziari, assistere impassibili alla sua liquidazione. Demonizzare Craxi, il Grande Ladro che si era contaminato con le più sozze responsabilità di governo, mentre lasciava i suoi satrapi e ras depredare in lungo e in largo tutto il Paese. E santificare Berlinguer, l’amletico onestuomo a cui entrare in un governo non era parso degno della sua purezza (e di quella del suo partito).

Un programma che ancora è in auge, nella maggior parte dei prodotti culturali provenienti da sinistra. Ed è questo, secondo me, il secondo problema nel film su Berlinguer. La censura nei confronti di Craxi. Non lo si nomina mai, neanche una volta. Neanche per rendergli merito dell’impegno non minore di quello di Berlinguer nel condannare il golpe militare in Cile e schierarsi dalla parte dei dissidenti del regime di Pinochet. Negli anni ’70 non c’era solo Berlinguer a voler cambiare la sinistra, c’era anche Craxi. Dimenticarlo (magari volutamente) è una lacuna storica grave.

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