Svetonio dice che Tiberio era disinteressato alla religione perché era convinto che le sorti degli uomini e del mondo fossero determinate dalle stelle e non dal volere degli dei. Anche se l’astrologia era incorporata – per non dire che ne era parte integrante – in molte delle religioni orientali che presero piede a Roma proprio nel I sec. d.C., un Romano vecchio stampo continuava a diffidare dell’astrologia perché la considerava, appunto, “roba da Caldei”, una di quelle arti misteriose e ingannevoli di cui non potevano che essere maestri popoli infidi come quelli orientali. Ma a questo pregiudizio culturale si opposero molte personalità di rilievo, spesso sganciandosi dalla fede religiosa; Tiberio era una di loro, anche se però quella che personalmente aveva nell’astrologia, era in fondo un’altra forma di fede nell’ultraterreno che andava a compensare il suo ateismo razionalista. Era inoltre anche molto superstizioso, tanto che – aggiunge il biografo romano – cingeva quasi sempre una corona d’alloro, pianta che si riteneva fosse un parafulmine naturale.
In effetti la corona d’alloro, a dispetto di quanto possa farci credere una certa visione convenzionale della classicità, per un imperatore era un ornamento più iconografico che abituale. Per dirla in termini grammaticali, più un attributo eccezionale che un complemento di unione. Di sicuro non la portava 24 ore su 24: veniva cinta, non solo dai Cesari, ma anche e soprattutto dai generali, in occasione di cerimonie trionfali. Più in là semmai il diadema sarebbe divenuto un attributo permanente dei successori di Augusto. Ma l’alloro stava anche sulla testa dei poeti, e quest’usanza sarebbe continuata anche nel Medioevo. Le tante statue laureate degli imperatori in realtà li immortalano non in momenti di vita quotidiana a corte, bensì nello splendore di grandi eventi celebrativi; oppure sono celebrazioni esse stesse, idealizzate o idealizzanti, della persona imperiale.
Dunque si capisce come fosse una scelta fuori dalla norma quella di Tiberio di cingersi la testa di alloro per più ore al giorno.
Un suo biografo appassionato come Antonio Spinosa scrive, nell’introduzione al saggio a lui dedicato, che “l’apparente apatia era un’ulteriore sua difesa; con la malinconia celava il fanatismo che discendeva dalle sue conoscenze astrologiche e dalla convinzione che la vita fosse dominata dal movimento delle stelle”.
Ma Tiberio non era solo un fruitore di oroscopi; poteva anche avere qualche competenza tecnica in merito, se è vero che in alcune fonti si trova che il futuro princeps al tempo del suo soggiorno a Rodi entrò in stretto contatto con la cerchia dei discepoli di Posidonio di Apamea, il maestro stoico che aveva sdoganato l’astrologia inserendola nel novero delle scienze filosofiche. Se non addirittura delle scienze vere e proprie, come branca specializzata dell’astronomia: come tale la affronta il poeta Manilio nei suoi Astronomica, un’opera che vide la luce proprio all’epoca dei nostri fatti.
Ma c’è di più: taluni sospettano che il futuro imperatore abbia abbandonato all’improvviso Roma, e sia scappato a Rodi, non tanto perché fosse stanco di farsi coinvolgere nei giochi di potere all’interno della famiglia imperiale, bensì per un motivo che aveva a che fare totalmente con l’astrologia: osservare nel mondo migliore – da un posto privilegiato come poteva essere l’osservatorio di Ipparco di Nicea – un evento eccezionale come la tripla congiunzione tra Giove e Saturno.









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