Appiano inizia il libro primo delle guerre civili parlando delle lotte tra Senato e popolo di Roma; egli individua nell’istituzione del tribunato lo strumento con cui il popolo riuscì a far valere le sue ragioni. Tuttavia gli amici del popolo romano furono costantemente perseguitati se non addirittura eliminati; gli scontri sociali furono particolarmente violenti dal periodo dei Gracchi fino alla seconda guerra civile per poi avere una parziale tregua sotto Cesare. La pacificazione definitiva si ebbe poi col principato di Augusto.
La riforma di Tiberio Gracco, in realtà, alla fine scontentò tanto gli aristocratici quanto il popolo. Quella di Caio Gracco aprì invece la strada alla questione della concessione della cittadinanza romana agli alleati e agli Italici. Dopo di lui il nodo della legislazione progressista fu la possibilità di avvantaggiare il popolo senza scontentare gli Italici e viceversa. In questo impasse incapparono Saturnino e Glaucia e soprattutto Livio Druso, la cui morte provocò lo scoppio della guerra sociale. Tale guerra sarebbe stata poi destinata a confluire nella prima guerra civile: alcuni dei popoli italici in prima fila nello scontro con i Romani finirono infatti con l’ingrossare le file dei mariani in lotta contro Silla.
Altra propaggine della guerra sociale è certamente la rivolta di
Spartaco, mentre appendice della guerra civile è la campagna di secessione di Sertorio. Anche l’ascesa di Pompeo, generale sillano, è chiaramente un’appendice della guerra civile.
Appiano scrive che anticamente i Romani avevano i re secondo l’eccellenza (ossia salivano al trono per le loro qualità e il loro coraggio) ma quando qualcuno moriva, fino a che non ne veniva creato uno nuovo un senatore dopo l’altro deteneva il potere per cinque giorni. Il senatore che suppliva il re si chiamava interré. Anche durante la repubblica la figura dell’interré resta per sostituire un console eventualmente morto. Silla, constatando che, morti Carbone in Sicilia e Mario a Preneste, non c’erano più consoli a Roma, ritenne necessario, in via del tutto eccezionale, nominare un interré, Valerio Flacco, a cui in realtà diede l’incarico di sondare il popolo circa un eventuale gradimento di un’assunzione del potere da parte di Silla a tempo indeterminato.
Secondo Appiano c’è differenza tra tirannide, che è il potere dittatoriale limitata a un tempo determinato(1) e la tirannide di Silla, che aveva invece una durata infinita.
Risalirebbe anche a Silla – nota lo storico – l’usanza ancora in uso presso gli imperatori di farsi essi stessi consoli e di condividere il consolato con un collega.
Unico tra i dittatori, però, Silla si ritirò a vita privata quand’era ancora al culmine del suo potere, e non ebbe la tentazione di lasciarlo ai figli.
Disgustato dalle guerre, dalle violenze e dal sangue, così dice Appiano, egli bramava solo la campagna.
Cesare fu forse il primo grande populista della storia romana (nel senso di benefattore del popolo), molto più di Mario che conta più come uomo del popolo che come amico del popolo. La sua uccisione sembra chiudere esattamente il periodo convulso e violentissimo iniziato con la morte di Tiberio Gracco: la congiura che portò alla sua eliminazione fu infatti un atto di restaurazione degli equilibri politici e di potere ante-Cesare da parte di aristocratici e filo-aristocratici.
In effetti Appiano sembra far intendere che tutta la parabola politica di Cesare si svolse tra due coniurationes: quella di Catilina, grazie alla quale in un certo senso decollò la sua carriera, e quella delle Idi di marzo del 44 a.C., che pose fine alla sua tirannide.
(1) basti pensare alla dittatura elaborata nella “costituzione” repubblicana, che aveva la durata di sei mesi.









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